DANILO FERRARI RECENSISCE #DISABILANDIA

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DANILO FERRARI RECENSISCE #DISABILANDIA

Caro Danilo,
innanzitutto ti ringrazio per aver dedicato un po’ del tuo tempo al mio libro. Ogni lettore, per me, è un onore.
Nonostante la tua “bocciatura” ti dirò che sono entusiasta per l’effetto che stanno ottenendo le mie parole: il motivo per cui ho scritto Disabilandia è proprio scatenare dibattito, provocare reazioni, smuovere le acque torbide in cui ci affogano.
Ringrazio Panorama per aver compreso il senso della mia operazione, e i primi risultati che stanno arrivando mi rincuorano, mi fanno pensare che ne è valsa la pena.
Rispondo subito alla domanda che mi hai fatto: «Marina, perché i disabili ti fanno arrabbiare?»
Danilo, l’unica disabile che mi fa arrabbiare sono io quando faccio qualche cazzata (in effetti ne faccio parecchie).

Non ho scritto questo libro in preda a un raptus, né tantomeno per “nascondere la rabbia che all’esterno si veda ciò che lei non vuole mostrare di se stessa”.

Chiariamo un punto: la mia non è satira.
Disabilandia non deride nessuno. Non schernisce nessuno. Ridere di qualcosa è molto diverso dal ridere di qualcuno.

Disabilandia se la prende con le etichette.

Quello che volevo fare, Danilo, era calcare così tanto sulle etichette di normodotati e disabili, fino a stracciare il foglio su cui stanno appiccicate, e renderlo inservibile.
Non esistono normodotati, non esistono disabili: questo è il messaggio. Siamo solo esseri umani, ognuno con le sue virtù, tutti quanti con carriolate di difetti.
Non cadere in questo tranello: fermarci dal parlare di una cosa che non va solo per la paura di offendere qualcuno, Danilo, è esattamente il motivo per cui siamo ridotti in questo stato pietoso. I disabili entrano nella sfera di dibattito pubblico solo per cose terribili o per ingessatissime formalità istituzionali.

Non parlare di quello che proviamo, di quanto siano normali i nostri bisogni e le nostre miserie – oltre a quelle fisiche – non ci aiuta a esprimere il nostro potenziale nella società, ci tiene solo ai suoi margini.

Scrivi: «Forse l’autrice, convinta che avendo anche lei una disabilità non può essere contraddetta, dimentica che il libro potrà far sorridere i normodotati, non chi è disabile. Trattandoli così non fai altro che autorizzare un riso di scherno».
Innanzitutto posso essere contraddetta, le tue parole su un importante giornale nazionale ne sono la dimostrazione. Ma l’accusa – che è piuttosto pericolosa da fare – la trovo inesatta. Guardi il dito, Danilo, non la luna.
Disabilandia non autorizza nessuno a prendere per culo nessun altro. Se qualcuno aspetta la mia autorizzazione per poter prendere per culo una persona SOLO per la sua disabilità, allora diamogliela questa autorizzazione: perché significa che questo qualcuno è un coglione, e poi sta al mondo regolarsi di conseguenza.

Un cretino svelato fa meno danni di un cretino represso, che pensa e agisce e fa adepti in sotterranea, senza controllo.

Disabilandia è un cavallo di troia nel senso esattamente opposto, perché con gli strumenti della risata permette di far arrivare al centro del palcoscenico delle persone che sono sempre state lasciate fuori dal teatro, perché non c’è la rampa di ingresso.
Ho scritto Disabilandia perché ero arrabbiata con i pregiudizi, buoni o cattivi che siano.

Ne ho piene le scatole di quelli che pensano che io sia scema perché sono come sono, così come ne ho piene le scatole di quelli che ci chiamano eroi per il semplice fatto che non siamo ancora morti.

Non siamo niente di tutto questo, non siamo esempi di coraggio, non siamo fari di speranza. Lo ripeto di nuovo: siamo esseri umani, e Disabilandia grida solo questo. Trattateci come esseri umani.
Non voglio essere un eroe perché la notte dormo attaccata a un ventilatore polmonare, Danilo. Voglio essere un eroe per un premio Nobel (o un Pulitzer!*) che ho guadagnato con anni di studio, voglio essere un eroe perché ho reso la vita migliore a qualcuno con la mia compagnia, voglio essere un eroe nella mia famiglia perché ho mangiato tre chili di parmigiana di melanzane senza pane, voglio essere un eroe perché combatto la mia battaglia, anche per conto di chi ha paura di farlo.

Essere chiamati eroi solo perché la sfiga (o Dio, o il caso – non so quello in cui credi) si è accanita un bel po’ con noi non ci aiuta, non ci fa crescere, ci fa diventare solo come animali allo zoo.

Ti confesso una cosa che non ho mai detto: quando ero piccola (cioè adolescente, che piccola lo sono ancora) mi hanno portato allo zoo, un giorno di primavera. C’eravamo io – giovane nano in carrozza – i miei genitori, e una scolaresca: davanti a noi un bellissimo leone intento a farsi ammirare con un’aria piuttosto scocciata.
Mi venne da tossire, o starnutire, o un singhiozzo, non ricordo: tutti i presenti si girarono a guardarmi, con un oooh di stupore, e misericordia annessa.
La professoressa che accompagnava i ragazzi in gita sottolineò non so cosa alla sua classe, sono sicura che partì qualche lacrima tra i più sensibili.
La disabile in carrozzina aveva starnutito, povera, che eroina.

Cinque, dieci secondi. Forse i più lunghi della mia vita. Alla fine non ressi più il loro sguardo e chiesi di essere portata via. Ma non prima di scambiare un cenno di intesa con il leone. Avevo capito cosa si prova a stare in gabbia.
Che te ne fai del tuo essere l’animale più forte della foresta, se poi ti costringono a non fare un cazzo dalla mattina alla sera per farti ammirare restando seduto e annoiato?

Non siamo eroi perché non l’abbiamo scelto: questa è la nostra vita, caro Danilo, e l’unica cosa che possiamo fare è viverla.

E’ finita l’era del pietismo.
E se Disabilandia contribuirà anche solo un poco a far crollare le strettissime gabbiette dorate e con scalino in cui ci rinchiudono, per me vale un premio Nobel.
Oppure un Pulitzer.
A scelta.
Grazie ancora per le tue riflessioni,

Marina Cuollo


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