Marina Cuollo parla di Tom Robbins

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Marina Cuollo parla di Tom Robbins

Giacché ho l’obbligo autoimposto di scrivere su questo mio spazio una volta alla settimana (circa), e giacché ho imparato che è meglio scrivere di quello che mi piace, oggi scrivo di Robbins.

Faccio una premessa per i non addetti ai lavori: Tom Robbins, all’anagrafe Thomas Eugene Robbins (Blowing Rock, 22 luglio 1932), è uno scrittore americano e aggiungerei anche: un folle, uno squinternato, un pazzo completo. E un genio, pure. Ma non un genio così così, un genio con la G maiuscola.

Con queste premesse un autore così non può certo passare inosservato, soprattutto a me che con le stramberie ci vado a nozze.
Sono venuta a conoscenza di Robbins grazie alla mia spacciatrice ufficiale di libri, a cui devo una miriade di viaggi psichedelici via cellulosa.

In questo periodo sto leggendo “Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi” e capite bene che non potevo certo lasciarmi sfuggire un libro in cui “feroci” e “invalidi” compaiono nella stessa frase. Mi ha preso subito, dalla primissima pagina.

Tornando a bomba, perché Robbins sarebbe l’equivalente letterario di uno scienziato pazzo?

Presto detto: la penna di Robbins è spiritosissima, irriverente, acuta, ma soprattutto è surreale, già a partire dai titoli (vedi anche “Coscine di pollo”, “Natura morta con picchio” e “Beati come rane su una foglia di ninfea”).

I suoi personaggi sono strampalati ma sempre coerenti, le storie assurde e mai banali, e il tutto è condito da una filosofia antropologica “robbiniana” totalmente sui generis.

FIDRDPC è la storia di Switters, un agente della CIA atipico, e delle sue spedizioni prima in Amazzonia e poi nel deserto, raccontata da un viaggiatore onnisciente e un po’ fumato.
Il viaggio di Switters è figlio di un ricatto e il ricatto arriva da sua nonna che però guai a chiamare Nonna, al massimo, sulla scia della lallazione in emme, “maestra”. Porta Sailor Boy a casa – gli dice lei, tra un hackeraggio e l’altro che Assange levati. Sailor Boy non è un altro nipote, ma il pappagallo della strampalata nonnina.
Più vai avanti nella lettura e più ti sembra di non capire dove l’autore voglia andare a parare, eppure senti che tutto ha un senso, tutto ha una logica. Una logica fatta di LSD, magari, ma giusta, perché riuscire a gestire un tipo di humor così sopra le righe è una cosa più unica che rara.

Capite quindi che da nana scribacchina, quando leggo uno come Robbins non possa far a meno di provare un pizzico di sana invidia.

È normale, è automatico.

Solo che poi questa cosa mi riporta alla mente un fatto: quando ero all’università, la notte prima di ogni esame, dormivo con il libro di testo sotto al cuscino, tipo una specie di “rito pre-partita” (come se dormire con quei tomi sotto la testa facesse fissare meglio i concetti nei miei neuroni).
Ma l’unica cosa che si fissava nella mia testa era un forte “mal di capa” e se alla fine l’esame andava comunque bene, il merito era delle molte notti insonni passate a studiare (e non certo a dormire sui libri).

Se dunque solo ci fosse una minima possibilità di risvegliarmi al mattino con un po’ della sua geniofollia, lo farei anche con lui, con Robbins. Altroché se lo farei.
Un autore così non può mancare nel repertorio del lettore navigato. Richiede magari una certa dose di apertura mentale, ma se vi manca, tranquilli: Robbins ve ne regalerà un bel po’. Adesso ciao, anzi ciaone, che Switters mi chiama.

Torno a leggere.


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