Social disability: le emoticon e le emoji

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Social disability: le emoticon e le emoji

No, non faccio Rizzoli di cognome; nemmeno Bompiani, Eco, Sgarbi, o Foster Wallace. Non ho rapporti di parentela nemmeno con Arnoldo Mondadori. Eppure, “A Disabilandia si tromba” è stato pubblicato dalla Sperling & Kupfer. Ora, a distanza di pochi mesi dall’uscita, mi ritrovo a sfogliare la mia copia omaggio con una certa emozione, mentre la mia famiglia di Napoletani DOP mi tempesta di WhatsApp circa le statistiche di Amazon.

Mamma: A che numero stai?
Io: Ma dove, ma’?
Mamma: Su Amazon, Marì, vedi tu che io non sono capace.

Cugina: Tesò, hai visto?
Io: Che?
Cugina: Stai terza!!! (faccine e cuoricini come se piovesse)
Io: Tranquilla. Non dura.
Cugina: Tsunami di emoticon.

Dopo questa premessa doverosa almeno per i pochi esclusi dalle ramificazioni della mia napoletanità, vengo al punto prendendo il là proprio dalle emoticon di mia cugina (che poi sono le stesse che usano tutti quelli che hanno uno smartphone).
Da quando Zuckerberg è entrato nelle nostre vite con il Pantone 7455C e il 361C, rispettivamente blu-Facebook e verde-WhatsApp, insieme alle notifiche, ai gattini, alle bufale (su cui prometto solennemente di tornare), sono arrivate pure le emoticon e le emoji: mini espressioni grafiche capaci di condensare in un’immagine stati d’animo, attività e proposte di qualsivoglia natura.

Come ogni cosa, anche l’utilizzo di queste faccine color Simpson ha pro e contro.

Pro:

1) Con un cuoricino puoi dire tutto, o quasi, no?

Sette del mattino, è appena suonata la sveglia. Tu, che con la stessa dimestichezza della Dea Kalì, in un solo minuto cerchi di preparare il caffè, scaldare l’acqua della doccia e cambiare la lettiera del gatto, ricevi un messaggio sul cellulare.

«Avrei proprio voglia di vederti oggi.»

Ecco, la Dea Kalì ha tutte e quattro le mani occupate, non ha il tempo di rispondere. E allora? Allora via di cuoricino, che al suddetto “non vedo l’ora di vederti” può significare a scelta: “grazie”, “anche io”, o un velatissimo “io no, ma sei stato carino, ritenta”.

2) L’emoticon risolve l’imbarazzo del non sapere cosa dire (o come dirlo).

«Usciamo insieme stasera?»

Incidente di percorso. Proprio oggi, l’estetista ti ha dato buca per la ceretta del mercoledì. Sei un orango, ma non vuoi farlo sapere in giro? E allora via di faccina con la goccia. Che sta per “vorrei, ma proprio non posso, e non posso neanche dirti il perché”. Oppure, alternativa con due di picche incorporato: “mi metti in imbarazzo (in realtà con te non ci uscirei neanche sotto tortura)”

Contro:

1) Le emoticon, se utilizzate in risposta a richieste importanti, momenti di ansia e/o pericolo, possono abbassare la tolleranza. Ovvero, se io ti scrivo che sto bloccata in ascensore e che ho bisogno di aiuto, subito, e tu mi rispondi con l’urlo di Munch… poi te lo faccio fare io un urlo, ma in falsetto.

2) Se cominci a utilizzare le emoticon/emoji al posto di intere frasi, modello scrittura cuneiforme o geroglifici egiziani, finirò per parlarti a vita con l’alfabeto farfallino. E se non capisci mi incazzo pure.

Insomma, le emoticon e le emoji sono un mondo.

C’è la cacca, il dito medio, ci sono un sacco di faccine con pettinature diverse. C’è l’emoji di un abito da sposa, Babbo Natale (ambosesso) e la regina in sei colori.
Oh, e le famiglie? Parliamo delle famiglie? Per WhatsApp puoi avere zero, uno, o massimo due figli. Le famiglie napoletane non sono contemplate. Due modelli di cani: quello cuccioloso della Barbie che sembra un Beagle e il modello più macho in stile cane lupo.

Ma c’è un’emoji che manca, ladies and gentlemen. E mi riferisco a una che dovrebbe stare tra i mezzi di trasporto, fra i quali troviamo: un razzo, un aereo bianco, la poltrona di un aereo (classe economy per far viaggiare tutti), una locomotiva a vapore, tram, treno ad alta velocità (rigorosamente non Frecciarossa o Italo, che fa marketing), sempre treno ad alta velocità (ma di profilo), treno ad alta velocità con un puntino giallo (abbiamo capito che WA ama i treni ad alta velocità), metropolitana, treno della metropolitana (per par condicio), automobile e… per farla breve, un totale di 50 diversi – o quasi – veicoli di trasporto.

Eppure, in cotanta scelta, manca una ruota. Anzi due.

Manca la sedia a rotelle.
Non c’è.
Ho controllato.

Si preoccupano del colore della pelle, dell’orientamento e dei gusti sessuali, ma sedie a rotelle nisba.

Cioè, fatemi capire: mettete due modelli di tenda canadese, il faccione dell’isola di Pasqua, perfino una bara e due varianti diverse di urna, una collanina (che non so se dichiarare fetish o religiosa) e fra i mezzi di locomozione la sedia non c’è?
Per trovare qualcosa di vagamente in linea devo arrivare fino ai segni, quelli in blu con i poliziotti, subito dopo i divieti. Lì c’è un simbolo da segnaletica stradale, posizionato tra WC e P di principiante o di parcheggio (scelta curiosa).

Si vede che il tema è ancora troppo delicato per avere una sua emoji.

E se poi qualcuno si offende?
E se la sedia non rispetta gli standard?
E se…
E se la smettessimo di considerare la disabilità come qualcosa da trattare con i guanti?
Io i guanti li metto solo quando lavo i piatti, che sono sporchi, viscidini, e non mi piace toccarli.
Le persone sì, quelle le tocco (a meno che non abbiano un rapporto complesso con la doccia).
Forse è il caso di essere più spontanei e meno diplomatici, no?

P.S. a differenza dell’aletta di S&K che la sbatte in pole, io della mia disabilità non parlo. Perché? Perché siamo tutti un po’ disabili. O no?


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