LEGGERE A COLORI

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LEGGERE A COLORI

Recensione di A Disabilandia si tromba di Marina Cuollo

di Gabriella Esposito

 

Normale-anormale, familiare-inconsueto, normodotato-ipodotato, abile-disabile. Con queste e mille altre dicotomie definiamo il mondo che ci circonda e lo categorizziamo. E proprio con l’intento di scardinare queste etichette, Marina Cuollo fa luce sul mondo della disabilità con un’ironia e sagacia lucide e al di là di ogni stereotipo.

“Di etichette ne ho stampate addosso milioni, alcune in formato così grande che nascondono quello che c’è sotto. Strapparle fa male, è un processo faticoso e doloroso, c’è bisogno di tanta pazienza: proprio come la ceretta. È la mia vita, e sono qui per viverla.”

Marina Cuollo, biologa e grafica napoletana, con A Disabilandia si tromba esordisce come scrittrice e lo fa con un’opera che, a metà tra saggio e autobiografia, riesce con leggerezza a rompere i cliché che la disabilità trascina con sé.
La Cuollo soffre della sindrome di Melnick Needles: malformazione di origine genetica, che comporta, tra l’altro, gravi difficoltà respiratorie e un alterato sviluppo osseo con bassa statura e dismorfismi facciali.

Dunque, partendo dalla sua esperienza personale, unita a paragrafi informativi sull’argomento, riesce a creare un buon quadro generale su quello che è (e su come viene percepito) il mondo della disabilità nella sua generalità, e il tutto attraverso una scrittura altamente scorrevole ed ironica.

In effetti l’ironia è il motore cardine di tutta la narrazione ed è la chiave per raccontare di situazioni che fin troppo spesso sono considerate tabù, sulle quali generalmente aleggia un’aura di disagio e distacco.

E così avviene la descrizione della vita del disabile, in ogni ambito: amicizia, lavoro, studio, amore, sesso. Se di solito può far strano pensare al disabile che esca con un nutrito gruppo di amici la sera o che abbia un’appagante intesa sessuale col proprio partner o che, in generale, intessa relazioni con individui che non siano esclusivamente del reparto ospedaliero, significa che un problema sociale di fondo c’è. Perciò, ciò che si rivela fondamentale nel romanzo della Cuollo non è solo il fatto che tutto, dagli aspetti più o meno piacevoli, venga trattato con umorismo (e già qui il potente ruolo svolto dalla risata per contrastare i pregiudizi) ma, soprattutto, che venga trattato, che se ne parli. Il portare alla luce situazioni che, seppur apparentemente banali e quotidiane, fanno fatica a entrare nell’immaginario comune è il primo passo per normalizzare il tutto e per de-costruire i preconcetti.

In effetti il fine è quello di sottolineare si la diversità, ma soprattutto la fondamentale uguaglianza che ci lega in quanto esseri umani, afflitti come siamo dalle medesime fondamentali paure e gioie.

E, per gettar ancor più luce su i comportamenti e pensieri di quell’animale sociale che è l’uomo, l’autrice crea anche degli attenti identikit delle svariate tipologie umane che di volta in volta entrano a contatto col mondo della disabilità o che già ne fanno parte dall’interno. Ed ecco allora l’Homo misericordiosus, che in uno slancio di estremo pietismo non riesce a concepire la vita del disabile se non come una costante di dolore e sofferenza; o l’Homo indifferens, che invece vive il tutto con fin troppo distacco fino ad occultarne completamente l’esistenza; o ancora il disabile vorrei-ma-non posso, che si chiude in una gabbia di vittimismo e auto-frustrazione; e anche il disabile puffo brontolone, che trascorre le giornate nel rancore e nel lamentarsi di tutto e di tutti.
Questi e altri gli ironici portrait fatti dall’autrice che con intelligenza e coraggio mostra le ipocrisie ed incongruenze umane, di cui il lettore riesce a prenderne completa consapevolezza. Difficile per il normodotato che legge questi irriverenti ritratti non riconoscersi in almeno alcuni degli atteggiamenti descritti, spesso compiuti perché non si sa come comportarsi, cosa dire e si segue, come in un flusso, quelli che sono i diktat diretti o indiretti di un dato contesto. Contesto in cui, quindi, spesso i pregiudizi individuali si legano indissolubilmente ad una disorganizzazione a livello sociale.
Anche se non mancano esempi virtuosi, troppi sono ancora gli esempi di disattenzioni e scarsa gestioni a vari livelli: dagli ingressi universitari, alle visite museali, ai viaggi in aereo. E anche ciò viene riportato dalla Cuollo, al fine di creare un’immagine il più possibile completa di Disabilandia: dai rapporti interni ed esterni, alle difficoltà su più fronti come anche delle felicità su più fronti. A Disabilandia si tromba appare dunque una preziosa fonte per approcciare l’argomento e per creare un’immagine più coesa della realtà a noi circostante, perché in fondo siamo un po’ tutti disabili, e quindi non lo è nessuno.

Approfondimento

A Disabilandia si tromba, come si percepisce dal titolo, è un’opera che ha il pregio di riuscire a trattare tematiche serie, spesso oggetto di tabù, con estrema ironia ed irriverenza. Tutto ciò aggiunto ad uno stile molto scorrevole, alla divisione in brevi capitoli e alla relativa esiguità del testo, la rendono una lettura adatta potenzialmente a chiunque, sia a chi è già interessato all’argomento e vuole ottenere più informazioni anche attraverso dirette esperienze di vita, sia a chi ne è completamente a digiuno e\o di solito non se ne interessa particolarmente. Anzi, forse proprio quest’ultimi potranno beneficiarne maggiormente.

Va comunque sottolineato che, a prescindere dai contenuti, il romanzo della Cuollo riesce anche in quello che è un’altra delle funzioni dell’opera di narrativa: di intrattenere. Una felice unione, insomma, di riflessioni e sorrisi.


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