Tibetan Peach Pie: la non-autobiografia di Tom Robbins

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Tibetan Peach Pie: la non-autobiografia di Tom Robbins

«Questa non è un’autobiografia. Dio ce ne scampi e liberi! Le autobiografie sono pompate dall’ego, e potrei fare una lunga lista di persone di cui preferirei ammirare l’ombelico. Ad ogni modo, solo gli autori che hanno dei nomi illustri dovrebbero scriverle, e il mio nome non solo viene lustrato raramente nel lapidario dell’opinione pubblica, ma è probabile che quelle case isolate in cui se ne parla con una certa regolarità siano sorvegliate dalla polizia.»

Comincia così la prefazione di “Tibetan Peach Pie, cronache di una vita immaginifica” di Tom Robbins edito da Edizioni Tlon (traduzione di Michele Trionfera).
Ora, capite bene che già dopo queste poche righe nella mia testa sono arrivati gli angioletti a cantare l’alleluia perché se la maggior parte delle autobiografie è strapiena di autoreferenza e il più delle volte mi viene l’orticaria, con questa mancopenniente (tutto attaccato).

“Tibetan Peach Pie” non è un’autobiografia, non è fiction e non è neanche non-fiction.

Robbins considera questo libro una raccolta di memorie, anche se non ci garantisce che quelle memorie siano proprio attendibili. Perché si sa, la mente gioca brutti scherzi, rimescola, sopprime e un po’ inventa. E Tom per natura è un “raccontatore di storie”, proprio come lo era Tommy Rotten* con il suo bastone della parola.

Come ho già detto, Robbins non considera questo libro un’autobiografia, è un memoir, ma più che altro lo definisce l’ultimo sforzo per deliziare le donne della sua vita. Sì, perché un altro elemento molto amato dal nostro Tom sono proprio le donne. Molto presenti nella sua vita e nei suoi libri, fanno parte di numerosi ricordi, come il “primo amore” Bobbi e la convinzione “che una donna con i collant rosa da circo custodisca tutti i segreti dell’universo.

Robbins è sempre stato un tipo “decisamente deciso”, per dirla alla Tommy.

Era ancora un marmocchietto quando finì per innamorarsi perdutamente dei libri, e appena iniziò a spiccicare le prime frasi, annunciò a gran voce ai suoi genitori che voleva diventare uno scrittore. Prima ancora di imparare a scrivere, assunse la madre come sua segretaria personale e la costrinse a fare il dettato durante i suoi momenti di ispirazione letteraria. Ecco, io che non vado proprio matta per i bambini, un pupo così l’avrei adorato.

La sua strada per diventare uno scrittore però, non è stata proprio convenzionale. Avrebbe potuto decidere di intraprendere il classico percorso letterario, invece ha frequentato la scuola militare, diverse università, e da molti anni lavora come giornalista. È stato nell’aeronautica militare negli anni Cinquanta, e i suoi scritti in Giappone e in Corea hanno avuto un enorme impatto sulla sua visione del mondo, facendogli sviluppare un forte interesse per la cultura e le religioni asiatiche. Ma la vita militare non è mai stata la vera meta di Tom. La scrittura era il suo obiettivo.

Il Robbins che conosciamo è frutto di numerose esperienze e incontri che lui ci racconta sotto forma di storie un po’ pazze. Lo stile “Robbiniano” lui dice di averlo trovato mentre stava scrivendo una recensione sul concerto dei Doors per «Hellix», un giornale di Seattle. Robbins dice: “fu proprio il concerto a stimolarmi in maniera potente e originale. Aveva scassinato la serratura della mia scatola del linguaggio e sfasciato le mie ultime inibizioni letterarie.” È quella la voce che continuiamo a ritrovare nei suoi libri.

Da allora sono passati molti anni (oggi Robbins ne ha 85) e la sua produzione letteraria è stata a dir poco prolifica.

Mi sono innamorata di lui con “Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi”, ma non posso dimenticare successi come: “Uno zoo lungo la strada”“Il nuovo sesso: Cowgirl”“Coscine di pollo” o “Natura morta con picchio”. Tutti scritti con uno stile inconfondibile e “Tibetan Peach Pie” non fa eccezione: la penna di Robbins (sineddoche della cifra) quella che parte da A per arrivare a B, ma prima passa per tutto il resto dell’alfabeto, ci mostra il Tom Robbins delle metafore assurde, mirabolanti, pazzesche, tanto pazzesche da riuscire poi a darti il quadro perfetto della situazione. Tom Robbins da LSD.

Quello che poi mi piace davvero tanto di lui è che non si prende mai sul serio. È dotato di un’autoironia fuori dal comune.

Se potessi incontrarlo, mi piacerebbe fargli leggere i miei esercizi di stile in cui provo a imitare la sua penna, offrirgli un paio di birre (prima di leggere) e poi ridere con lui.
Lo dico spesso, ma lo ripeto, di autori come Robbins ne nasce uno ogni cento anni e quando hai la fortuna di leggerlo, diventa scuola e non lo scordi più.

*Nomignolo di Tom Robbins scelto dalla madre.


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