LA BIBLIOTECA DI ELENA

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LA BIBLIOTECA DI ELENA

Sono qui al pc intenta a lavorare alle mie faccende “graficose”, che mi arriva la segnalazione di questa recensione de La biblioteca di Elena e i miei occhi si illuminano tipo abbaglianti sull’autostrada a mezzanotte.
Grazie, grazie, grazie (sì lo so, sono ripetitiva) Elena per aver speso il tuo tempo e le tue parole (bellissime parole tra l’altro) per #Disabilandia.

N.d.A. Marina Cuollo, la mentina, in questo momento ha mollato tutto per fare la hola.

Ecco la recensione:

“Diffidiamo da tutto ciò che non ci è noto. Se non conosciamo il contenuto di qualcosa, sentiamo l’immediato bisogno di mettergli un’etichetta.
Come facciamo con i barattoli in cucina.
[…] E’ la paura che ci muove. la paura di non sapere cosa ci sia dentro, o dietro, o vicino a quello che non conosciamo”
Marina Cuollo – “A Disabilandia si tromba”

Qualche settimana fa, Marina Cuollo mi ha segnalato il suo libro e così facendo ha solleticato la mia vanità di lettrice (” a me? L’autrice scrive a me? Wowowow” 🙂 ). In più, stuzzicata dal titolo (chi conosce la Elena-non-virtuale sa che sesso e disabilità stanno nei miei elenchi di interesse al pari del caffè e del Porto rosso) mi ci son buttata a capofitto.

E’ un libro duro ed implacabile, sagace e ironicissimo, che non ne fa passare una a nessuno. Deambulanti e cingolati. Attenti e giudicanti. Politically correct e coatti imperituri.

Pieno di etichette (!), che fanno da specchio a tutte quelle che per necessità, ignoranza o paura mettiamo sui barattoli e sulla fronte (degli altri).
Dipinge la disabilità (ecco… sarà il termine giusto?) dal di dentro e dal di fuori, sopra, sotto e di fianco. A spasso per musei, tra i banchi di scuola, guardando gli scaloni eterni dell’Università, urlando con voce sottile lo sprone all’esistere ed al godere della vita, senza perdersi in lagne ed evitando come la peste i puritanesimi.
A tratti così duro da essere fastidioso, più spesso con una capacità di prendere in giro impareggiabile, difficile da seguire nella finezza e di un’intelligenza notevolissima.
Insomma, una parola buona per tutti. E più di una per riconoscersi e per riflettere.
L’unica a salvarsi è la VMN (Vera Mamma Napoletana), ma non stupisce: la mamma è sempre la mamma.

“Non vi sto invitando a non guardarci, anzi. L’abile (e continuo) slalom di sguardi che subiamo ci isola allo stesso modo. Ci fa sentire invisibili. Irrilevanti. Soli.
E’ tanto chiedere di essere guardati come fareste con qualcuno che si è appena tinto i capelli? Curiosità, approvazione, disapprovazione. Possiamo essere brutti o belli, pazienza. Ma guardateci con umanità. Come esseri viventi della stessa specie”.


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