Feste di Natale in casa Cuollo

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Feste di Natale in casa Cuollo

– Domani reset, giornata di tisane.
– Cascasse il mondo, una settimana di detox.
– L’importante è crederci.

Questo uno stralcio di conversazione via WhatsApp subito dopo i tre giorni di tour de force natalizio.

La parola d’ordine delle feste di Natale, si sa, è una e una sola: cibo, però alla terza, come se non ci fosse un domani e fino ad assumere proporzioni bibliche.
Quest’anno ho passato il Natale a Roma, dai miei parenti migranti.
Come si dice “se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto”.
Nello specifico, la montagna è partita da Napoli e ha raggiunto Roma in compagnia di un’intera catena montuosa con annessi boschi e boschetti.

Dal 24 al 26 u.s. il numero delle persone a tavola è progressivamente cresciuto: i coperti aumentavano e lo spazio tra i gomiti diminuiva.

Insomma, la moltiplicazione dei pani e dei pesci a noialtri ci fa un baffo. Eravamo, come direbbe mia nonna, “la bellezza di quasi trenta cristiani”, tra adulti, giovinastri, bambini e neonati.
Essendo localizzati in terra straniera immagino che vi aspettiate un Natale dalla cucina più sobria (causa mancanza della materia prima di origine partenopea). Macché, la sobrietà culinaria non appartiene ai Cuollo. Se da Napoli si spostano le persone, si sposta pure il cibo, no matter what.
Visto che ogni componente della famiglia porta il proprio contributo gastronomico, la competizione è assicurata. Una roba che MasterChef levati proprio. E mentre gli adulti competono, i giovani esultano, felici di sguazzare in siffatta meraviglia alimentare.
Inquadrare le portate in questo marasma di cibo è alquanto complesso, ma cercherò di riassumere i punti salienti dell’abbuffata:

  • una carovana di verdure, antipasti, e contorni tipici arrivati direttamente dal napoletano;
  • baccalà in quantità tale da appestare un intero condominio. Ovviamente napoletano anch’esso (il baccalà, non il condominio);
  • formaggi, provoloni e mozzarelle da far invidia a un caseificio;
  • due primi di mare per il 24;
  • la minestra e un primo per il 25;
  • rimasugli e un nuovo primo per il 26;
  • secondi vari, sparsi per tutti e tre giorni;
  • dolci e ciociole (frutta secca) come se piovesse;
  • il tutto innaffiato da litri di vino.

That’s all, più o meno (più “più” che “meno”).

Ora, un essere umano poco allenato non sarebbe mai sopravvissuto, ma il napoletano medio sì, perché ha lo stomaco foderato di amianto e il Brioschi incorporato nel sangue. È una questione genetica, lo dice pure Piero Angela.

Questa, signori, è la forza del cibo quando incontra le tradizioni millenarie.

Non ti fortifica solo nel corpo, ma pure nell’anima e ha la capacità di rendere i legami famigliari indistruttibili.
Provare per credere.


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