A Disabilandia si tromba: perché un titolo così forte?

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A Disabilandia si tromba: perché un titolo così forte?

– Hai scritto un libro?
– Sì.
– Bello, qual è il titolo?
– A Disabilandia si tromba.
– Come scusa? Forse non ho capito.
– A Disabilandia si TROMBA
– Ah… (disagio)

Se vi state chiedendo il perché di questo post, è presto detto. Da quando è uscito Disabilandia lo scorso aprile le reazioni dei librai sono state molteplici. Molte ricche di entusiasmo, altre di imbarazzo.

Il modus operandi è più o meno questo: il simpatico lettore accanito entra in libreria con il desiderio di comprare Disabilandia. Si piazza di fronte al libraio/commesso e dice: “Scusi, può darmi una copia di “A Disabilandia…si tromba” (detto 30 decibel sotto lo standard uditivo umano). Il libraio, non essendo un lupo cecoslovacco, non può sentire l’ultima parte del titolo, per cui se lo fa ripetere.
I decibel sono costretti a salire.
Segue faccia sconvolta del libraio.
Arrivano a raffica le giustificazioni del lettore.

A questo punto la domanda nasce spontanea:

Marì, ma perché hai scelto un titolo così forte?

Eh, perché, perché… per citare #Disabilandia, perché sì.
Ma soprattutto perché no?
Diciamolo, questo titolo è un pochino pochino marketing e tanto tanto causa fondante.

Mo’ mi spiego.

Sono in pochi a saperlo, ma quando ho cominciato a scrivere questo libro, il titolo originario era “Come i barattoli in cucina”, perché è sui barattoli che mettiamo le etichette (e di quello io volevo parlare). Un titolo così non si può confondere con un allegato di Penthouse. Ma non è detto che si capisca.

“Sarà il nuovo libro di uno chef?”
“Magari è l’ultima pubblicazione di Canavacciuolo…”

Scegliendo “Come i barattoli in cucina”, avrei risparmiato sull’imbarazzo ma avrei anche generato un tantinello di confusione.

E quindi no.

Signore, signori, il mio scopo, quello che mi ha portato a scrivere, è rompere il muro dei pregiudizi.
Ero una scrittrice esordiente, e lo sapevo, ma ho scritto Disabilandia perché fosse pubblicato e non mi bastava una casa editrice minore, puntavo al top del mercato.
Perché? Perché per entrare nel maggior numero di case, non potevo accontentarmi.
Volevo un editore internazionale. Uno distribuito sul serio. Uno che portasse i lettori a interessarsi al tema del mio libro.
Per riuscirci ho capito che mi serviva qualcosa di forte e ho scelto un titolo ad altissimo impatto.
Quando ho mandato il manoscritto, ho impaginato una copertina pari requisiti.
Guardatela. È questa qui.

Prima versione di "A disabilandia si tromba"

Prima versione di “A Disabilandia si tromba”

E sopra c’era già il titolo che oggi vedete in tutte librerie del Paese: A Disabilandia si tromba.

Non ho avuto paura.
Nemmeno dei giudizi di chi avrebbe aperto il pacco.
Non mi sono risparmiata.
Né tirata indietro.
A Disabilandia si tromba” è un titolo che fa effetto, mette in imbarazzo e lascia a bocca aperta. Quando uno se lo trova davanti, o ne deve parlare, spesso non sa cosa dire, come comportarsi, come muoversi.
Lo vedete il parallelo?
…Anche con la disabilità succede la stessa cosa.
Perché il primo impatto con la disabilità sciocca, imbarazza, mette a disagio. Quando uno se la trova davanti, o ne deve parlare, spesso non sa cosa dire, come comportarsi, come muoversi.
La disabilità fa lo stesso effetto di #Disabilandia.

So che non a tutti fa impazzire, anzi, ma a me, onestamente, non dispiace affatto.

Come non è dispiaciuto a Chiara Beretta Mazzotta che l’ha recensito su Bookblister (ne parlo qui).


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