Una risata ci seppellirà

Condividimi

Una risata ci seppellirà

Sono reduce dall’influenza, è appena passato San Valentino, ho deciso di mettermi a dieta e sto scrivendo un nuovo libro, ma ho l’umore che fa su e giù come uno stomaco prima del rigurgito.
A peggiorare la situazione, da qualche settimana, inizio a pensare che la gente abbia davvero poca voglia di ridere. Sono preoccupata, preoccupatissima e non solo per le sorti del pianeta, ma anche – diciamolo bello chiaro – per il destino della mia penna.

Egoista?
Per forza visto che:

  1. io scrivo libri che fanno ridere.
  2. ridere fa bene.
Ridere fa bene, parecchio e non lo dico/scrivo solo io, ma fior fior di ricerche super scientifiche. Quando l’uomo (specie, non gender) smette di ridere, da lì a cominciare a piangere il passo è breve.

Il fatto che i miei libri facciano ridere, quindi, non è mica un caso, ma 50% genetica e 50% scelta consapevole.
Sono anche consapevole che il genere umoristico non sia per tutti, per almeno quattro motivi.

  1. L’umorismo non piace sempre: se ti è appena morto il cane, magari non hai voglia di leggere un libro che ti faccia ridere (anche se ti farebbe tanto, ma taaanto bene).
  2. L’umorismo non piace a tutti i lettori: per poterlo apprezzare bisogna essere predisposti.
  3. L’umorismo non piace a tutti gli editori.
  4. L’umorismo è un genere di nicchia.

Fatte tutte queste premesse politically correct, c’è comunque una parte di me che crede in un’altra verità, ben più scomoda: ovvero che alla gente piaccia piangere.
Se non ci credi, fatti un giro tra i forum/gruppi dedicati ai libri e conta il numero di post che chiedono consigli su “libri che facciano piangere proprio tanto.”
E se ancora hai dei dubbi, accendi la TV: i programmi drammatici battono sei a zero (cappotto) quelli comici.
Vai in libreria e conta: scoprirai che lo stesso fenomeno riguarda i libri.

Se il genere umoristico diventasse cool, e i libri ironici uscissero dall’angolo più nascosto della libreria (spesso tra la narrativa erotica e quella per ragazzi, vedi #Disabilandia), magari LAGGENTE scoprirebbe che una risata è più terapeutica di una valle di lacrime.

Se Disabilandia (ma mica solo quello), uscisse dalla polvere, magari anche la signora che guarda C’è posta per te potrebbe trovarlo e chissà decidere pure di leggerlo.
Perché per piangere non serve un libro, il più delle volte ci pensa la vita.

Facciamo un sondaggio?
Se leggi un libro drammatico lo fai perché la storia triste ti trasmette:

  1. un senso di condivisione (mi sento vicino alle sfighe che leggo);
  2. sollievo per confronto (per fortuna a me sta roba non è mai capitata);

Se non li leggi, non rispondere, ma scrivimi e diventiamo amici subito!

 

P.S., a proposito di libri che fanno ridere, vuoi saperne di più su A Disabilandia si tromba e capire perché ho dato al mio libro un titolo così forte? Ne parlo qui.


One comment

Leave a Comment