Bidellitudine, voti e permessi per disabili

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Bidellitudine, voti e permessi per disabili

Di arrabbiarmi ho proprio smesso. Preferisco sorridere (che fa bene alla pelle).
Se dovessi farmi venire il mal di stomaco per ogni cretino che incontro sulla mia strada, avrei l’ulcera. E no, non sono zen. Non faccio yoga, né pilates, e nemmeno meditazione yana-prana-veda-lei-cosa. Solo che me la sono messa via.
Per due motivi:

  1. con gli anni ci ho fatto l’abitudine.
  2. aborro le lagne.

Uno più due uguale tre, il post di oggi non è un j’accuse, né una tiritera in stile “leggetemi, guardatemi e provate compassione, poi condividete sui vostri social e comprate il mio libro”.
È una frecciata?
Figuriamoci, non sono proprio il tipo.
(E poi non ho nemmeno messo il link, io).

Comunque. Dov’eravamo? Ah, sì, al post di oggi.

Breve storia triste per chi la vuole corta.

Sono andata a votare.
Ma prima ho fatto la muffa.
Fine.

Versione integrale, director’s cut.

Domenica del voto. Io e mio fratello siamo fuori da scuola, in macchina. Aspettiamo che qualcuno ci PERMETTA di parcheggiare dentro, visto che ho il PERMESSO (ce l’ho, ma più che altro ce l’avrei) e, a scanso equivoci, tengo il suddetto PERMESSO disabili appiccicato sulla fronte. Ogni tanto lo sventolo pure fuori dal finestrino.
Il fratello entra dal cancello piccolo e va a chiedere al bidello di aprirci quello grande, in modo da non farmi schiattare di fatica.

– Tutto a posto, – torna, – mo’ viene e ci apre.

Quindi noi aspettiamo. Aspettiamo. Aspettiamo ancora. Le nuvole scorrono nel cielo veloci. L’atmosfera si fa vagamente steampunk. Vedo gli zombi di Z Nation andare e venire dalla scuola.
C’è anche Romero.
Io e il fratello facciamo la muffa finché lui si scoccia e io pure.

– Famosela a piedi, Mari, – mi dice, mentre l’inverno se ne va.

Ci incamminiamo lemme lemme, un passettino dopo l’altro, e superiamo l’ingresso che è già primavera.
Vediamo il bidello parcheggiato alla scrivania, sguardo da triglia lessa, mani in mano. Lui nemmeno ci guarda.
Al fratello parte l’embolo, io lo fermo.

– Buongiorno, – dico serissima al bidello, – E GRAZIE.

Glielo dico in maiuscolo, ma con un mezzo sorriso di quelli miei che fanno paura.
Il fratello ride.
Segue faccia con senso di colpa misto a disagio (sua, del bidello).
Proseguiamo.
Coda, voto, fatto.

In macchina, moooooolto più tardi, il fratello mi chiede come sto.

– Sto come una a cui girano a elica.
– Per il bidello?
– No, non per il bidello, ma per la bidellitudine.
– Eh?
– Bidellitudine, sineddoche, la parte per il tutto: il bidello sapeva di dover fare qualcosa per noi, ma se ne è sbattuto. Ecco cos’è che mi fa incazzare: se il nostro Paese è nella merda è perché ce ne freghiamo. Perché siamo tutti disabili: ciechi, sordi, muti. Vediamo ma facciamo finta di no, sentiamo ma ci giriamo, chiudiamo la bocca quando dovremmo aprirla e viceversa.
– Mari, non è che stai facendo pubblicità al tuo libro?
– Ma quando mai!?

P.S., e a proposito di sorridere, se ancora non l’hai fatto, ti invito a leggere questo post dove parlo di libri che fanno ridere.


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