Irvine Welsh: il linguaggio acido che funziona

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Irvine Welsh: il linguaggio acido che funziona

In fatto di libri ho gusti specifici. Anche se leggo tutto (ma tutto-tutto), certe penne mi piacciono e certe altre manco per niente.
Fra i miei preferiti, ce ne sono parecchi che il mondo ha fatto fatica ad accettare e che sono diventati famosi dopo un bel po’ di tempo.
Tre esempi: Palahniuk, Welsh, Lansdale.
Penne dirette, fuori dagli schemi, crude. Argomenti a volte ostici, difficilmente pop.

Prendo il là da questi scrittori per parlare del secondo della triade, Irvine Welsh.

Da quando è uscito “A Disabilandia si tromba”, mi capita spesso di ricevere commenti del tipo: secondo me non avresti dovuto usare un titolo così eccessivo, è controproducente per le vendite.
E anche se ho già ampiamente spiegato il perchè di questa scelta (qui), la mia risposta di solito è sempre la stessa: cosa sarebbe Trainspotting senza un linguaggio eccessivo?
Lo so cosa state pensando: ma quello è Irvine Welsh e tu sei solo una caccola.
E sì, confermo, io sono solo una caccola e lui è Irvine Welsh, ma sia Irvine che la caccola qui presente hanno un’essenza che non può essere snaturata.
Se cambiassi il mio modo di essere (pensare e dunque scrivere) per seguire il pensiero dei benpensanti del momento, il lettore se ne accorgerebbe. Si renderebbe conto che le parole che sta leggendo non sono genuine, sono costruite.

Cosa voglio dire?

Facciamo un esempio pratico.

Prendiamo una frase a caso da Trainspotting: “È che certa gente capisce solo l’odio, l’odio, l’odio e basta, e che cazzo ce ne facciamo poi, eh, non per dire, ragazzi. Che cazzo ce ne facciamo?”
Adesso modifichiamola alleggerendo i termini e togliendo tutti i “cazzo”.
Quello che viene fuori è questo: “È che alcune persone comprendono solo l’odio, l’odio, l’odio e basta, e cosa ce ne dovremmo fare poi, eh, non per dire, ragazzi. Che cosa ce ne dovremmo fare?”
Ora, immaginate di estendere tutto questo all’intero romanzo.

Risultato?

Addio Irvine Welsh, benvenuto pallosissimo romanzo sulla tossicodipendenza.

Tutto questo papiello per dire che la Welshitudine di Irvine sta proprio nel linguaggio che usa. Un gergo da strada più forte del classico dialetto inglese. Questo è ciò che lo caratterizza.
Come sappiamo, dopo Trainspotting ha scritto molti altri romanzi (Colla, Porno, Crime, La vita sessuale delle gemelle siamesi, Godetevi la corsa, L’artista del coltello), e la Welshitudine non si è mai persa. La sua cifra stilistica è inconfondibile, è una penna schietta e scurrile, realista e viscerale, ed è proprio per questo che Irvine o si odia o si ama, non ci sono vie di mezzo.
Con il suo linguaggio alla portata di tutti arriva dove lo scrittore-intellettuale-col-baschetto non varca neanche l’ingresso, perchè Irvine raggiunge anche il lettore non accanito, quello che a stento legge un libro l’anno. E vi pare poco?

Nonostante questo, ha ugualmente ricevuto molte critiche, c’è chi considera il suo lavoro troppo crudo e chi lo definisce addirittura disgustoso. Eppure, a dispetto delle etichette che il mondo gli ha sempre appiccicato, Trainspotting ha avuto un enorme successo (forse merito anche del film, un po’ come è successo per Fight Club di Palahniuk).
Ma al di là del film, una cosa bisogna dirla, se un libro come Trainspotting funziona è perché Irvine scrive nel modo che gli è più congeniale, quello che gli appartiene. E il lettore lo sa, lo sente.

Questo non sempre porta al successo e non vale per tutti, ma pensando a Connelly voglio lasciarvi con un quesito: meglio scrivere per se stessi e non avere pubblico o scrivere per il pubblico e non avere se stessi?

P.S., ti interessano altri scrittori della triade?

Qui parlo di Lansdale.


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