Il mestiere di scrivere

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Il mestiere di scrivere

Quando ho cominciato Disabilandia non pensavo che avrei continuato a scarabocchiare anche dopo aver digitato la parola fine. Anzi, a dirla tutta all’inizio non pensavo neanche di essere in grado di scrivere un libro.

Ho sempre letto da morire ma quando ho cominciato a scrivere anche il mio modo di leggere è cambiato. Sono diventata onnivora, ho scoperto penne straordinarie, mi sono innamorata almeno una volta a settimana e ho capito che persino un libro brutto può insegnarti qualcosa.

È passato un anno dalla famosa telefonata targata S&K e tante cose sono cambiate. Ho superato il cagotto da presentazione, ho vissuto l’ebbrezza di firmare le copie, ho incontrato tanta bella gente e pure qualche stronzo, sono stata intervistata, ho conosciuto diversi scrittori e ho anche vissuto la delusione che si prova quando conosci un autore che ti piace di persona e scopri che ha un pessimo carattere. Insomma tanta tanta roba.

Continuando a scrivere più o meno a tempo pieno, penso spesso a come vivano gli scrittori, quelli veri. Mi immagino una vita solitaria in stile Hemingway, fatta di baite sperdute e macchine da scrivere. La mia vita non potrebbe essere più diversa, primo perché non mi considero una scrittrice o almeno non una di quelle che il buon vecchio David* definiva “grandi squali bianchi che si litigano il dominio di una vasca da bagno”; secondo, perché sono napoletana e come tale la solitudine non è contemplata; terzo, perché ho scoperto che avere persone intorno, interfacciarmi con loro, insomma, unire le sinapsi, non solo migliora la tua scrittura ma rende tutto più divertente. E io credo che se ti diverti a scrivere hai già vinto.

*Il David a cui mi riferisco è David Foster Wallace.

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