Fenomenologia dello scrittore

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Fenomenologia dello scrittore

– Sei una scrittrice?
– Chi, io? No!
– Ma non avevi scritto un libro?
– Sì, ma non dirlo in giro.

Dicesi scrittore (o suo corrispettivo femminile) un essere quasi umano composto per il 30% d’inchiostro e il 70% di ego, quest’ultimo mai palesato ma sempre opportunamente celato da strategiche frasi impregnate di modestia.

La figura dello scrittore nasce con lo scopo di allietare il pubblico con le parole, in caso di mancato pubblico è ben felice di allietare se stesso.
In ogni paese o cittadina che si rispetti c’è almeno uno scrittore, anzi due, no forse tre. Ho perso il conto. In ogni caso, lo riconosci subito dall’abbigliamento tipico che comprende a scelta: giacca con le toppe ai gomiti, baschetto, sciarpa e dolcevita anche ad agosto. Le donne invece, sono più furbe, differenziano il loro vestiario e si mimetizzano meglio. Ma anche loro le riconosci facile: camminano a tre metri da terra, hanno lo sguardo diffidente, il naso per aria e Ortese sottobraccio.
Lo scrittore non manca mai agli eventi libreschi e ai salotti letterari dove mostra l’espressione che più lo caratterizza, quella da intellettuale inattuale, quella fuori luogo, fuori tempo, sempre fuori, pure di testa. Si dice incompreso, soprattutto dagli amici della domenica e cova un recondito astio verso qualunque tipo di premio. Se lo vince ritratta: “è chiaro che sono stato frainteso”.

Uno scrittore che si rispetti, poi, giudica sempre un libro dalla copertina. Esterna il suo parere in tre fasi:
  1. bocca contratta simil smorfia di dolore;
  2. occhio ristretto, tipo miope senza occhiali;
  3. battuta sarcastica sull’autore (mai in sua presenza).

È convinto che la scrittura sia un dono divino per pochi eletti. Lui lo ha ricevuto alla nascita da Gesù Cristo in persona. Ed è per questo che è ben contento di fare la fame, vive di arte lui, salvo poi rosicare come un castoro sui dati di vendita dell’ultimo bestseller.
Quisquilie a parte, la vita dello scrittore prosegue tranquilla tra lo spam compulsivo e qualche lettera di rifiuto. Esiste però una cosa in grado di annientare psicologicamente lo scrittore, di portarlo addirittura in una spirale depressiva senza fine, praticamente l’equivalente della kryptonite per Superman. Sto parlando del male puro: la recensione negativa. Quando arriva lo scrittore finge di assorbire il colpo con nonchalance, in realtà sta già morendo dentro. Dopo i primi tentativi di detronizzare le parole del recensore, passa a una fase di pessimismo cosmico che manco Leopardi. L’ultimo stadio, il più tragico, lo vede ridotto a una larva umana, comincia a vendere su Ebay la sua collezione di macchine da scrivere e minaccia di trasferirsi in Messico.
Quanto dura tutto questo? Non molto in realtà. Giusto il tempo di dimenticare la recensione e ricominciare a frequentare i salotti.


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