“Taboo” di Federico Clapis

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[English Version]

Mi hanno fatto la statua.

No, non sono morta. Non è il mio spirito che scrive e non serve che cominciate a mettere in vendita la vostra copia autografata di Disabilandia, non ci farete i soldoni. La qui presente, Marina Cuollo, è viva e vegeta. Qualche volta vegeta, ma vi garantisco che è viva.
Quello a cui mi riferisco non è un’effige sulla mia pietra tombale, è un’opera d’arte. Ma torniamo indietro di qualche mese.
Nella primavera del 2018 ho conosciuto Federico Clapis. Da quando ha intrapreso la strada dell’arte ho sempre apprezzato i contenuti delle sue opere e il modo che ha di comunicare le sue sensazioni. Quando decide di sbarcare su Instagram, tempo due secondi e comincio a seguirlo. Da qui parte una comunicazione a tu per tu: un ragazzo con una mente fuori dalle righe incontra una ragazza che tra le righe – fisicamente – ci entra benissimo, ma non ha la minima intenzione di starci. Tutto questo ispira Federico e lo porta a realizzare un’opera di grande impatto sociale avente me, la microdonna alta un metro e una mentina, il nano malefico dei compagni universitari, la scribacchina matta, come soggetto.

Inutile dire che una baraonda di emozioni mi ha investito dalla testa ai piedi.

Quattro anni fa, Federico ha deciso di seguire le proprie passioni e vivere della propria arte, esattamente come me, che nel 2016 ho deciso di cominciare questo percorso di scrittura con la speranza di poterci anche campare. Perché, signore e signori, per vivere della propria arte, così come della propria scrittura, ci vuole impegno, dedizione, duro lavoro, ma soprattutto tanto coraggio.
Questo primo filo conduttore mi ha fatto tornare alle origini, al mio approccio verso il mondo, la mia mente e il mio corpo. Per tutta la vita ho cercato di alimentare solo la mia parte cerebrale, i miei neuroni. Un po’ perché è la mia natura, non si scappa, ma un po’ lo ammetto, anche per evitare di dovermi soffermare sull’aspetto.

Perché?

Perché per tutta la vita quell’aspetto ha suscitato reazioni contrastanti. Sono disabile e il mio corpo non rientra tra quei cosiddetti canoni standard che la cultura ci tiene così tanto a sottolineare. Un aspetto che spesso genera il classico occhio da pesce lesso, un aspetto che in alcuni casi diventa fonte di disagio, soprattutto quando si rende necessario un contatto fisico: un bacio, un abbraccio o anche solo una stretta di mano. E quello che a volte accade è la formazione di un filtro invisibile che fa esitare in modo impercettibile le persone. Io me ne accorgo subito.
Quando vedo quel filtro comincio a osservare chi mi sta davanti cercando di capire cosa gli frulla per la testa: che sia paura di frantumarmi in mille pezzi? Tranquilli, non sono un servizio di piatti di porcellana di Capodimonte. O magari hanno paura che gli morda un dito come i piranha? Questa ipotesi in effetti è più plausibile.
In ogni caso si tratta di paura verso qualcosa che non si conosce. È la paura verso l’ignoto a creare i filtri.
E ora, ora arriva un ragazzo di una sensibilità inaudita che decide di prendere quell’aspetto che per tutta la vita ho cercato di evitare e l’ha trasformato in un’opera d’arte.

Capite l’importanza di questo gesto e l’impatto che questo ha avuto su di me?

È quello che io faccio quando scrivo: prendo le mie insicurezze e autoironizzo per esorcizzarle. Federico ha preso quelle mie insicurezze e ne ha fatta un’opera d’arte.
C’è forse cosa più bella? Al momento non me ne viene in mente nessuna.
Non so cosa abbia provato la Monna Lisa olandese, quando Vermeer ha deciso di ritrarla. Immagino emozioni positive. Le mie lo sono, e in effetti mi sento un po’ ragazza con l’orecchino di perla e un po’ ragazza marshmallow.
La parola musa è troppo grande per appartenermi, ma riuscire in qualche modo a essere fonte di emozioni che hanno portato alla realizzazione di un’opera d’arte così significativa mi riempie di gioia. Io cerco di farlo tutti i giorni attraverso l’uso delle parole, che sono il mio mezzo di espressione.
Ecco perché scrivere è il percorso che ho scelto per la vita.
E comunque tranquilli, se dovesse andarmi male con la scrittura ho un futuro assicurato come nano da giardino.

Marina Cuollo


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