L’intervista

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L’intervista

– Che cosa prova quando scrive un libro?
– Tante cose. Quando ho cominciato ero titubante, incerta, insomma mi tremavano le mani. La prima volta guardi quello che hai scritto e pensi che sia fantastico. Poi lo rileggi tre mesi dopo e ti fa schifo. Man mano impari e quando arrivi alla seconda, alla terza, alla quarta volta, tutto diventa più facile. In un certo senso è come fare l’amore.

Karen Anderson era la prima di tre sorelle, tutte scrittrici. Delle tre, lei era l’unica che ce l’aveva fatta e questa cosa le piaceva così tanto che aveva deciso di accettare l’intervista con la Kakutani. Arrivare sulle pagine del New York Times avrebbe definitivamente allungato la distanza tra lei e loro e anche se a intervistarla c’era il suo assistente, era comunque un successo.

“Just another chance”, a meno di un mese dalla pubblicazione, era già alla seconda edizione.
Karen era seduta sul divanetto in pelle bordeaux, aveva i capelli raccolti in uno chignon lento e portava un paio di occhiali neri a occhi di gatto. L’assistente della Kakutani era rimasto a fissarla per un paio di minuti buoni, toccando la copertina come se la stesse accarezzando, poi aveva aperto il libro cercando la dedica.

– Posso farle una domanda personale? – aveva esordito così.
– Può provarci. Sulla risposta non garantisco.
– “A Dan, con amore”.
– Sì.
– Vuole dirci qualcosa?

Prima di rispondere, la bocca di Karen si era rattrappita in una smorfia. Quella era probabilmente l’ultima domanda che si aspettava dalla critica più feroce della costa occidentale degli States. O forse del globo.

– Posso dirle di passare alla prossima domanda.
– Immaginavo.
– Non importa. Lei è mai stato innamorato?

L’assistente della  Kakutani aveva fatto sì con la testa.
Anche Karen lo era stata di Dan, solo che Dan non l’aveva capito. In realtà non aveva mai capito niente: considerava Karen una scribacchina con la smania di arrivare chissà dove. E, per di più, si era sempre rifiutato di leggerla.

– Da dove arrivano le idee per i suoi libri?
– Potrei risponderle con una battuta, ma mi limiterò a dire che tutto ciò che leggiamo, viviamo, e addirittura mangiamo, diventa parte di noi.

Lo aveva detto tante volte a Dan, e ogni volta lui le aveva risposto con sufficienza. Dan odiava leggere, Karen non poteva farne a meno. L’essenza di Karen era tutta lì dentro: negli autori che l’avevano accompagnata fin da quando era alta come uno sgabello.
Non avrebbero potuto essere più diversi di così ma a lei, almeno all’inizio, non dava fastidio: non aveva mai sopportato gli scrittori. Li trovava noiosi, arroganti e pieni di ego. Era questo quello che Dan pensava di lei? Uscire con qualcuno fuori dal suo ambiente le era sembrata una bella novità. Due anni più tardi, sulla tomba di lui, aveva capito di aver preso un granchio.

– Di solito dove preferisce scrivere? – l’assistente della Kakutani aveva interrotto il filo dei pensieri di Karen, riportandola nella suite del Plaza.
– Di solito a casa mia, nel mio studio. Raramente allo Sturbucks, in compagnia di un Vanilla Latte.

Il giorno dell’incidente Dan era entrato nello Sturbucks con la solita aria incazzata. Karen era seduta, caffè finito, Mac aperto, nuovo file appena iniziato.
– No, ma mi raccomando, non rispondere mai, eh.
– Scusa, stavo lavorando, – aveva risposto lei.
– See, vedo. Non fai altro, ma almeno se ti chiamo rispondi.
– Avevo la suoneria bassa.
– E alzarla no? Fai fatica? Che cosa ci vuole? Un dito, serve solo un dito, tre secondi e hai fatto. Tra l’altro stavo andando a casa tua. Tu dimmi se io devo correre dietro a una cretina sociopatica come te. Giuro che la prossima volta che non mi rispondi, non ti richiamo più.
Karen aveva pensato “magari”.
– Stai urlando, – gli aveva detto, – e gradirei che cambiassi tono. Mi offendi e quando mi offendi, mi irriti e se mi irriti, poi io non concludo più niente.
– No, non sto urlando, e non ti sto offendendo. Vedi di non provarci.
– A fare che?
– A fare la vittima! Sei tu che capisci sempre quello che vuoi. Ti ho solo detto che sono stanco di correrti dietro.
– No. Non hai detto che sei stanco. Hai detto cretina. E anche sociopatica.
– Tu sei pazza!
– Okkei. Sono pazza. Abbiamo finito?
– Ma tu che problemi hai, si può sapere? Prima mi supplichi per fare colazione, poi non mi rispondi e poi mi mandi affanculo. Hai sempre ragione tu.
– Senti. Dan. Meglio lasciar perdere. Siediti (Dan era ancora in piedi, ancora con il cappotto abbottonato) e prendi qualcosa.

Una ventina di minuti più tardi, Dan aveva lasciato lo Starbucks e Karen era rimasta a guardare il tovagliolino di carta con la firma di lui.
La firma era arrivata subito dopo il conto.
Dan aveva lasciato che fosse lei a pagare e poi, nel vederla siglare la ricevuta, era ripartito all’attacco.
– Anche la tua firma se la tira.
– Scusa?
– Firmi come se fossi un cazzo di notaio dell’ottocento.
– Curioso. Dico, è curioso tu sappia come firmavano i notai nell’ottocento. Vediamo la tua.
Dan aveva strappato un tovagliolo dal dispenser e ci aveva scritto sopra nome e cognome.
– Questa non è una firma, – aveva detto Karen, – a meno che tu non abbia otto anni, chiaro.
Dan non aveva apprezzato.
– Tu non stai bene. Fatti curare, che è meglio.
La notte stessa si era schiantato su una Lincoln del 92, parcheggiata sotto casa sua. Trentuno piani più giù del suo appartamento.

– Karen, – l’assistente della Kakutani aveva preso dei fogli A4 da una cartella, – vorrei parlare di questa.

Era una fotocopia della pagina di giornale che riportava la lettera di Dan, quella che lui aveva lasciato prima di lanciarsi dal terrazzo, la sera stessa del litigio allo Starbucks.

– Non credo sia rilevante. Vorrei andare al sodo, se non le dispiace.

A quel punto l’assistente della Kakutani aveva abbassato la testa ed era passato a un’altra domanda.

– Quanto tempo impiega a scrivere un libro?
– Dipende dal modus operandi. A volte può volerci un attimo, letteralmente. Altre volte servono anni per arrivarci. E’ un po’ come innamorarsi no?
– O come uccidere qualcuno.

Karen aveva sorriso.
L’intervista era finita.


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