“Liberati della brava bambina” e le gabbie senza nome

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“Liberati della brava bambina” e le gabbie senza nome

Oggi faccio la seria.
Sì, lo so che non ci credete, ma giuro che ne sono capace.
Qualche giorno fa ho acquistato e iniziato la lettura di un libro (che novità!).
Di solito concludo la lettura in una settimana, giorno più giorno meno. Stavolta, invece, il libro l’ho finito il giorno successivo, perché dopo aver cominciato a leggere le prime pagine, gli spunti di riflessione sono stati così tanti che non sono riuscita a smettere.
Curiosi di sapere di che libro si tratti?
Presto detto: Liberati della brava bambina, di Maura Gancitano e Andrea Colamedici (Harper Collins).

Non alzare la voce, non ribellarti, sii femminile ma non libertina, obbedisci a tuo marito, sii una brava mamma, questi sono solo alcuni dei condizionamenti che il patriarcato ha lentamente trasmesso alle donne.
A causa del loro bisogno di essere libere, realizzate e in pace con se stesse, le donne hanno subito per secoli oppressioni, sopraffazioni e limitazioni. Tutto questo è impresso nella memoria di ogni donna anche se non l’ha vissuto in prima persona.
In questo libro, Maura e Andrea parlano della rabbia, dell’insoddisfazione bruciante, del malessere di cui spesso non comprendiamo l’origine, che affligge molte donne: il “problema senza nome”.
Attraverso la storia di otto personaggi classici e contemporanei: Era, Malefica, Elena, Difred, Medea, Daenerys, Morgana e Dina, ci vengono mostrati diversi aspetti del “problema senza nome” e una serie di soluzioni per fiorire.

È chiaro che un libro del genere mi abbia portato a scavare dentro di me per capire quali siano state le gabbie del “problema senza nome” che hanno influito sulla mia vita.
Per potermi esprimere a pieno non posso non considerare un aspetto della mia esistenza che ha rappresentato un condizionamento importante: la disabilità.
Se essere donna porta con sé la memoria di tutto quello che le donne hanno subito, essere disabili porta con sé ancora un’altra memoria. Una memoria che non può essere sottovalutata.
La storia ci insegna che l’opinione della società nei confronti della disabilità è cambiata molto nel corso del tempo. Da corpi difettosi e inutili, con l’avanzare del progresso e della tecnologia si è passati a corpi da proteggere o eroi da cui prendere esempio. Ma si tratta sempre di una forma di distacco dal resto dell’umanità, una diversità che non è parte della diversità umana, un dislivello emotivamente inferiore o superiore.
È inevitabile che le persone con disabilità abbiano introiettato tutto questo, anche chi non l’ha vissuto direttamente. Ecco perché in quanto donna e disabile, prima di poter vedere le gabbie del “problema senza nome” mi sono dovuta liberare delle gabbie legate alla mia disabilità.
Essere disabili significa essere considerati eterni bambini, e chi prova a superare quel “parco giochi” con recinto per accedere alla vita adulta viene visto in modo strano, suscita incomprensione e talvolta ilarità.
Per molti anni non mi sono resa conto di essere nel “parco giochi”, pensavo che quello fosse l’unico mondo possibile per me, e finché sono stata lì dentro il “problema senza nome” non mi ha nemmeno sfiorata. Perché il “problema senza nome” è una cosa da grandi. Persino comportarsi da brava bambina era qualcosa di fine a se stesso, perché non aveva la funzione di farmi diventare una brava moglie e poi una brava mamma. Quella non era una strada scelta per me, perché la storia ci ha insegnato che non ci sono strade oltre quelle dell’accudimento per chi ha una disabilità.

Poi, inaspettatamente ho intrapreso il mio percorso di fioritura, che mi ha portato a uscire dal “parco giochi”.
E cosa ho incontrato fuori dal “parco giochi”?
Alcuni aspetti del “problema senza nome”.
Quando ho cominciato a vivere la mia vita come adulta, andando contro i condizionamenti, sono finita in relazioni che mi hanno incastrato in dinamiche ancestrali, dinamiche che avevo ugualmente introiettato mio malgrado.

Ed ecco che ora sto vivendo il mio secondo percorso di fioritura.
Leggere questo libro mi ha ricordato molti fantasmi che ho dovuto affrontare, molte catene che ho dovuto spezzare: la rabbia di Malefica, la rinuncia a se stessa di Medea, la libertà d’azione di Difred, il conflitto di Morgana.
Grazie a questo libro ho riconosciuto tutto questo e gli ho dato un nome. Ho capito quanto la cultura sia in grado di condizionare a diversi livelli il comportamento degli esseri umani, creando tantissime gabbie di cui spesso siamo inconsapevoli.
Comprendere l’origine di queste gabbie ci permette di avere finalmente una chiave per uscire.


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