Perché non andrò al Disability Pride 2019

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Perché non andrò al Disability Pride 2019

Premetto che non sono legata all’organizzazione dell’evento, che però mi sta molto a cuore. Per chi non lo conoscesse, il Disability Pride Italia è un’organizzazione che si batte per i diritti delle persone disabili. Ogni anno – in contemporanea o quasi con altre iniziative simili in mezzo mondo – si organizza un corteo fighissimo, coloratissimo, rumorosissimo: si fa casino per mostrare a chi se lo scorda che i disabili, sì, esistono.

Quest’anno non potrò esserci. E mi dispiace, molto.

La questione è nata dalla pubblicazione di una vignetta sulla pagina Facebook dell’evento. La vignetta in questione ora è stata cancellata. In rete si trova qualche screenshot ma – vi assicuro – non ne vale la pena. Perché non fa quello che dovrebbe fare una vignetta: riflettere, con ironia, sullo stato delle cose. Possibilmente per cambiarle.

La strip descriveva una scena che i disabili conoscono bene: un gruppo di amici seduti intorno al tavolo di un locale; il cameriere (in questo caso, la cameriera) fa il giro di ordinazioni, completamente ignorando il disabile; il disabile in questione – un uomo – pensa bene, per farsi notare, di mettere una mano sul culo della cameriera, regalandole una sonora pacca.

La vignetta in questione l’ho aperta la prima volta di fretta dal telefonino. All’inizio mi aveva fatto sorridere perché era una situazione che conosco bene – l’ho raccontata molto simile in Disabilandia – ma poi è arrivato l’ultimo pezzo, e ho smesso di ridere.

Non sono stata l’unica. Comprensibilmente, sulla pagina Facebook, si è scatenato il putiferio.

Sono stati in molti (e molte) a rimarcare il fatto che quella vignetta fosse puro e semplice sessismo. Volontario o no, a questo ci arriviamo.

Dopo qualche ora e molti commenti, è spuntato un post di scuse da parte del direttivo dell’associazione. E vabbé, il minimo.

Tutto ok, allora?

No. Per due motivi:

Il primo: una seconda vignetta, scritta in tutta fretta e che doveva sostituire gli erroracci della prima, è ancora a sfondo sessuale, ancora dal punto di vista maschile, e manca il bersaglio. In questo secondo caso si vuole giocare con lo stereotipo degli uomini disabili che vengono visti come impotenti, e dunque si mostra e si tiene in bella evidenza tutta la “potenza” del protagonista, al punto che la prima donna di passaggio non può proprio fare a meno di saltargli addosso. Di nuovo una rappresentazione della donna come mero corredo, appena accennata.

Il secondo motivo: ai piani alti dell’organizzazione, non faccio nomi perché non è questo il senso del mio post, c’è qualcuno che ha avuto il coraggio di non dissociarsi dalla prima vignetta, ma addirittura di dissociarsi dalle scuse. Già, avete letto bene.

Questo a mio parere, non è il senso di un Pride, che come tutti i Pride, dovrebbe essere un momento di inclusione, di accettazione, di condivisione delle difficoltà, un momento per darsi forza insieme, dove non dovrebbe esserci spazio per sessismo e stereotipi gestiti male.

Non voglio fare lezioni di morale a nessuno. Si può scherzare su tutto, ma bisogna saperlo fare. Si può, si DEVE scherzare sul sesso, ma bisogna farlo bene. Si può ridere di tutti, ma non sulla pelle di qualcuno.

Le battaglie di questi anni ci hanno dimostrato quanto la nostra cultura sia permeata di sessismo. Questo è solo l’ennesimo esempio. Pensare di poter scardinare un pregiudizio usandone un altro, non fa bene né alla causa del primo, né tantomeno al secondo. Trovo intollerabile la rappresentazione dell’idea che, siccome qualcuna è stupida o ignorante (ed è donna) le è concesso di essere molestata.  

Da un disabile – o, per meglio dire, un essere umano –  che le discriminazioni le vive ogni giorno sulla sua pelle, sarebbe bene aspettarsi qualcosa di più.

Per questi motivi, sento il dovere di scrivere e rendere pubblica la mia amarezza. Avrei fatto volentieri a meno.
Fino, almeno, a che non ci sarà una presa di coscienza da parte di tutti, ma proprio tutti i responsabili dell’organizzazione, con nomi e cognomi. Magari con qualcosa di più di un semplice post di scuse. Ad esempio, facendo entrare qualche donna (che vorrei ricordare, sono almeno la metà della popolazione in questione…) in un direttivo di soli uomini. Giusto così, per dire.


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