Storia di una mela

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Storia di una mela

Non so come io sia finita qui. In genere quelle come me le scartano alla prima selezione. Di solito funziona così: quando sei abbastanza matura per capire come va il mondo, arriva un tizio che ti stacca dal tuo riparo sull’albero e comincia a guardarti, a confrontarti con tutte le altre. Ti prende in mano, ti scruta, ti rigira, osserva ogni piccolo angolo del tuo corpo e alla fine emette la sentenza: adatta o non adatta.

Io sono una di quelle non adatte. Non adatta a comparire in una composizione, non adatta a un centrotavola, non adatta al banco frutta. Sono ammaccata, non ho le rotondità nei punti giusti, ho un sacco di buchi e di macchie sulla pelle. Eppure il mio destino è quello di essere mangiata, non guardata, o almeno così dovrebbe essere. Nessuno è in grado di capire con un solo sguardo se sono saporita, il mio aspetto non influisce sul gusto, sulla dolcezza o sulla quantità di succo che ho dentro. Vorrei che tutte avessero la possibilità di mostrare le loro potenzialità, ma non va mai a finire così, la competizione è sempre più dura, la concorrenza è spietata, non tutte passano la prima selezione, figuriamoci arrivare sulla tavola. Alcune di noi vengono scartate anche per un solo piccolo buco.

Eppure sono qui, dove non dovrei essere, la luce al neon illumina ogni mia imperfezione. Che le cose stiano cambiando? Macché, magari il tizio dell’albero non mi ha guardata bene, o aveva altro per la testa. Quelle come me non finiscono mai in esposizione, il supermercato ci farebbe una brutta figura.

Ormai sono passate diverse ore. Di tanto in tanto qualcuno si ferma e mi osserva, mormora qualcosa tra i denti e poi passa oltre, prende quattro o cinque delle mie compagne, le mette sulla bilancia e poi in un sacchetto di plastica. Le vedo sghignazzare ogni volta che vengono afferrate, la gioia nei loro occhi e quel sorrisetto beffardo. Nessuno ti sceglierà, non sei fatta per stare qui, avresti dovuto maturare lassù fino alla vecchiaia, da sola, e poi cadere morta a terra, mi dicono. E forse hanno ragione.
Mentre guardo l’ennesima signora che ci fissa con occhi interrogativi, mi sento afferrare da una mano piccola piccola, che a stento riesce a tenermi. Mi rimetteranno di nuovo nel mucchio, penso, come è già successo. Ma ho giusto il tempo di accorgermi di un paio di occhi golosi e di una bocca sorridente che sento i denti affondare nella mia pelle.

– Mattia, ma che fai? Dobbiamo prima pagarla.
– Scusa, mamma, ma questa mela è troppo buona.


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