Quando a Napoli la fortuna è questione di…

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Quando a Napoli la fortuna è questione di…

Articolo pubblicato su Quarta Parete il 3/12/2019

L’amore per la scrittura l’ho scoperto tardi, e se oggi posso definirmi una scribacchina molesta lo devo anche e soprattutto alle mie origini, al mio napoletano che è parte di me: come le maniglie dell’amore, come le rughe d’espressione sulla fronte, tutta roba che ho faticato tanto a ottenere e di cui non posso e non voglio liberarmi.

Amo il napoletano. E il motivo per cui lo amo è che spesso e volentieri riesce a partorire parole tanto belle quanto complicate. Termini che non possono essere tradotti o associati a un’altra parola, ma hanno bisogno di una spiegazione, cioè di un paraustiello associato (ecco questa è una bella parola).
Tra i vocaboli che preferisco ce n’è uno che in sei lettere contiene un mondo, una napoletanità tutta sua. Mi riferisco alla cosiddetta ciorta, che a Napoli è qualcosa di molto più complesso della semplice fortuna.

Pino Daniele in Napul’è diceva che “ognuno aspetta a ‘ciorta”, ed è vero, perchè a Napoli la ciorta non si sceglie, non si comanda, si aspetta.

Del resto lo sappiamo, Napoli è una città che non dà retta a nessuno, è una città piena di meraviglie e altrettante contraddizioni, e pure la ciorta non fa eccezioni, ha regole sue. Se la fortuna aiuta gli audaci, la ciorta no, è lei che decide dove andare, e non ci sono criteri stabiliti. La ciorta va un po’ a sentimento.
Puoi provare ad attirarla e allora la domenica mattina passeggiando in via dei Tribunali compri un cornetto rosso su una bancarella, lo tieni nel portafogli e speri che le cose comincino a girare. A volte è lei che si avvicina a te e lo fa in modi inaspettati, magari attraverso un sogno strano, così decidi di verificare giocando i numeri al lotto, come fa mia nonna. Altre volte invece arriva sotto forma di Munaciello e ti fa trovare dieci euro nella tasca dei pantaloni, ma magari era solo il resto del salumiere che avevi dimenticato. O se spolverando il salotto ti passa davanti un geco, con un “bona sera, bella ‘Mbriana”  la giornata potrebbe avotarsi nel verso giusto.

La verità è che siamo un popolo scaramantico, e attribuire a qualcosa di superiore i momenti belli o brutti ci aiuta a sopportare il peso della vita. Del resto anche il buon vecchio De Crescenzo diceva: non ti fidare di chi ti dice che solo con le tue forze puoi farcela. Ci vuole ciorta.

La ciorta ha molte forme ed è qualcosa che ha più a che fare con il destino che con la fortuna, non si può intervenire su di essa, ma si può provare a farsela amica, prepararsi ad accoglierla nel migliore dei modi.

Io per certi versi ho avuto ciorta e per altri non tanto. La ciorta in fondo è anche una cosa relativa, ciò che per me può rivelarsi una sfortuna per qualcun’altro potrebbe essere l’opportunità di una vita e viceversa. E se da un lato la ciorta ci ha reso un popolo flessibile e particolarmente resistente alle avversità, è anche vero che di questa ciorta a volte ne abbiamo fatto una giustificazione, un modo per sollevarci dalle responsabilità.

Ma forse il segreto sta tutto nell’imparare ad afferrare la dea bendata quando ti passa davanti, a capire dove soffia il vento e spiegare le vele per indirizzare la barca dove desideri. Ma soprattutto imparare a vedere la ciorta anche nelle piccole cose: incontrare un caro amico per caso, beccare un autobus in orario, trovare un tavolo da Sorbillo il sabato sera, o beccare un posto per disabili libero la domenica a Mergellina.
Ma a pensarci bene quest’ultima non è ciorta, è mazzo proprio.


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