Coronavirus, libertà provvisorie, soggetti a rischio e marinai

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Coronavirus, libertà provvisorie, soggetti a rischio e marinai

È inutile girarci intorno, questo è un periodo molto difficile e il Coronavirus rimarrà nella memoria storica di questo Paese per sempre.
Questo virus si è insinuato nelle nostre vite con una velocità disarmante, e il bisogno di dare un volto al pericolo lo ha reso prima spauracchio cinese e poi quello lombardo, fino a perdere ogni confine, perché i virus non conoscono etnie, non conoscono limiti geografici.

Gradualmente le persone hanno cominciato a fluttuare attraverso stati emotivi differenti, controllando compulsivamente bollettini, arrivando alla disperata ricerca di mascherine e gel disinfettanti, saccheggiando supermercati, mentre di contro c’è chi ancora continua a ignorare il buonsenso e il vivere civile. Giovani che si ammassano come olive in un barattolo perché tanto muoiono solo i vecchi e i “diversamente incasinati”. E mentre la comunità scientifica si spacca tra un “poco più che un’influenza” e una catastrofe annunciata, noi poveri mortali galleggiamo in questo mare di informazioni contrastanti facendoci trasportare dalla corrente, mentre le terapie intensive saturano, le scuole chiudono e le attività falliscono.
I social, che da sempre si cibano delle pulsioni umane, in questi giorni danno il meglio di sé: è un tripudio di hashtag che segue l’andamento viscerale delle persone, un’apoteosi di cabarettisti che si sfidano a colpi di meme, e reazioni indignate alla ricerca continua del colpevole del momento.
Siamo tutti nella testa di tutti.

Io vivo a Napoli e anche qui le persone hanno paura, ma a parte quello che mi arriva dai social e dalla televisione confesso che non ho la percezione visiva di quello che accade lì fuori. Mi sento quasi confinata in una terra di mezzo, in un limbo dove tutto è filtrato attraverso uno schermo. Sì, perché da più di un mese non esco di casa e ho dovuto rimandare tutti gli impegni di questi ultimi tempi, lo faccio per proteggermi, visto che io sono una di quelle che i media definiscono “soggetto a rischio”.
Non mi sorprende, è un’etichetta che lampeggia sulla mia testa da sempre e sono in grado di gestire emotivamente le ripercussioni che ne derivano, so cosa significa essere letteralmente nelle mani di qualcun altro. Conosco la mancanza di controllo, l’impotenza, l’inesorabile pesantezza dell’attesa. Ma stavolta è diverso perché non riguarda soltanto me.

Sono abituata a essere considerata oggetto di sollievo per le vite altrui, qualcosa il cui destino è distante anni luce, almeno finché non li coinvolge direttamente. E anche se non lo condivido, in un certo senso posso anche comprenderlo, reagiamo tutti secondo le nostre percezioni e probabilmente se avessi avuto un vissuto diverso anche io smetterei di fare caso a tante cose. Ma la verità è che QUESTA COSA coinvolge tutti anche se ci ostiniamo a non volerlo vedere. Perché come scriveva “il Lupo” in uno dei miei libri preferiti: “Trovo straordinaria la quantità di energia che la gente utilizza per affrontare questi piccoli malesseri transitori. E la facilità che tutti hanno di chiudere gli occhi davanti ai grandi dolori indomabili. Non è una condanna, la mia. È piuttosto uno stupore. Come se voi camminaste su un mare infuocato di pena, sopra piccoli ponti barcollanti. E vi preoccupaste di chi passa prima, di chi vi sorpassa, di chi non vi saluta con la necessaria deferenza o gerarchia. Certo se guardaste sempre l’abisso ai vostri piedi non camminereste più. Ma almeno, rendetevi conto di dove siete, siate marinai. Rendetevi conto della vostra provvisoria e minacciata libertà.”

Proprio così, rendiamoci conto che la nostra è una libertà provvisoria dentro e fuori le case, che l’unico modo per poter essere davvero liberi è imparare a guardare più in là del nostro naso, che la sola possibilità di mitigare i danni di questo casino è comprendere che siamo parte della collettività, che siamo un’unica massa pulsante, che tutto ciò che fa male a me fa male anche a te, in un modo che forse neanche immagini.
Perché le nostre vite sono tutte connesse.


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